domenica 12 febbraio 2017

Blogger di che?

Grazie alla collega S.L. riapro e riscrivo sul blog. S.L. negli ultimi giorni infatti mi ha sollecitato parecchie domande sulla mia attività di blogger. Perché lo fai. Da quanto tempo. Come hai iniziato. Insomma ho rimesso in discussione la mia identità di blogger, direi datata. Mi sono ricordata infatti che è dal 2008 che ti curo caro blog. 

Banale dire che in questi anni la rete è cambiata e anche io. 
In che modo è cambiata? La rete intendo. 

Ultimamente ho una percezione un po' negativa del web che stiamo creando e di quello che stiamo diventando attraverso il web. L'accesso quotidiano e compulsivo ai social media ci ruba e ci fa sottovalutare l'importanza della nostra identità reale rispetto a quella virtuale? Ci disabitua a considerare la presenza delle persone che abbiamo realmente accanto e non sullo smartphone? Eppure un anno fa mi volevo convincere che non fosse così. Due episodi hanno rafforzato la mia nuova percezione. Ad alcuni amici li ho già raccontati e mi scuso per la ripetizione. Ma lo voglio tracciare su di te, caro blog.    

Episodio 1 - Nello spogliatoio della palestra, una giovane ragazza cerca di selfizzare il suo outfit ginnico ignorando le altre donne mezze nude che, forse, non volevano farle da sfondo.
Episodio 2 - Sull'androne del palazzo del mio medico di base un giovane inquilino è concentratissimo a catturare con il suo smartphone lo scorcio di un bel cielo serale. Io aspetto il suo scatto che mi impedisce di citofonare. Al mio "posso?", mi fa segno di fare quello che devo fare, mentre continua a scattare.    

Forse in quest'ultimo episodio è il mio pregiudizio nei confronti del web di oggi che mi impedisce di guardare quello che una volta avrei definito, romanticamente, un cacciatore di scorci lunari.

@pinterest http://pin.it/1TzBnLD
Chiudo questo post sull'identità digitale con una nuova consapevolezza, affermatasi sempre grazie a S.L. Ormai i blogger, quelli che aspirano ad avere una chiara identità in rete, si definisco già dai primi post. Fashion Blogger, Travel Blogger, Food Blogger, Beauty Blogger, ecc. Sono blogger che delle proprie pagine hanno fatto una professione, in alcuni casi con grande successo di pubblico e quindi anche economico.  Tanto da essere proclamati blogger of the year. Sono passati i tempi in cui era il blog di Grillo il più visitato. 

E io che blogger sono?
Intanto spero di dare presto il benvenuto a S.L. tra di noi... ma non ti voglio mettere pressione. Sono lentamenteonline. Almeno questo lo so.

2 commenti:

Dino ha detto...

E già! Anch'io nei confronti del digitale provo la stessa impressione... Sarà forse che avendo passato il cammino di mezza vita sono ormai un po rimbambito ed orso? Mah! Ai tuoi esempi ne vorrei aggiungere un terzo, che sicuramente sarà capitato a tutti i fotoamatori che dalla DIA sono passati alla Pen Drive USB e alla SD. 1992, ogni tanto giravo con uno zaino dove trovano posto due macchine (Nikon FM2 per scattare DIA bianco-nero e Canon Eos 1000FN per scattare DIA a colori) un paio di zoom e di obiettivi, polarizzatori, filtri di vari colori, batterie e tante pellicole per diapositive 35mm da 36 pose Agfa Scala 200, Fuji Velvia 50 e a primavera Kodak HIE Infrared. Tralasciando aspetti socio-culturali, siccome dia e cibachrome costavano assai non era permesso sbagliare: prima del click dovevi pensare, a volte in frazioni di secondi, la foto, dovevi scegliere l'inquadratura, la messa a fuoco, i tempi e i diaframmi per ottenere quella profondità di campo o l'effetto del movimento, ecc. Se sbagliavi lo scatto, lo sviluppo o la stampa, l'istante non si trasformava in eterno, la foto non esisteva; tutto ciò ti obbligava ad essere preciso, responsabile delle scelte e dei propri errori. Su Fotografare scrivevano di fare sempre valere la regola del tre: conservare solo tre dia/negativi e eliminarne 33. Ed era un ottimo consiglio: dall'analisi delle dia/negativi e degli scarsi risultati imparavi molto, migliorando tutti i ragionamenti da fare prima del clic.
1997. Con il digitale, venendo meno i limiti della tecnologia analogica, in particolare l'abbattimento dei costi di memorizzazione (pellicola/dia vs SD) e riproduzione (carta multigrade vs CTRL+C), siamo sommersi da immagini prive di contenuto. Se prima, ad es. per un concorso fotografico, facevi poche ma buone foto ora arrivi a scattarne centinaia/migliaia lavorando solo sulla quantità; insomma, usiamo sempre meno il cervello sicuri che con tanti scatti prima o poi la foto buona c'è scappa... Roberto Cotroneo in un bel libro, Lo sguardo rovesciato, UTET, 2015, scrive: “Scattate fotografie orribili senza saperlo. Vi stanno ingannando”. 2007. Ora la reflex analogica da milioni di lire la tieni nello smartphone... e allora mi sembra che ciò che in modo insensato facciamo scattando la foto poi si ritrova ad es. nei social network così ricchi di selfie e di mediocre comunicazione, arrivando persino ad interessare i nostri comportamenti quotidiani. Ma 'sta cosa contagiosa agisce come un virus?

Daniela De Francesco ha detto...

Dino grazie, sei sempre molto attento e preciso. Mi piace pensare che si possa essere attenti allo scatto anche con il proprio smartphone. O si può scegliere di cazzeggiare. Basta che come dici tu non diventi un virus. Ciao