giovedì 11 maggio 2017

Da Banksy alla Brexit per arrivare agli infortuni sul lavoro

Banksy ha fatto un nuovo murale, a Dover, per immortalare l'uscita del Regno unito dall'Unione Europea sul muro di un edificio che, forse non meno simbolicamente, si trova nei pressi del terminal dei traghetti che collegano il Regno Unito al continente. L'omino nel disegno è impegnato, io non l'avevo notato subito, nella cancellazione di una stella dalla bandiera dell'Unione.

Via la stella del Regno Unito. Il nuovo murale di Banksy a Dover - 2017

Ecco, questa è l'immagine del post di maggio ma il contenuto voleva essere un altro. Volevo parlare di infortuni sul lavoro perché mi è capitato recentemente di sentire per radio che i dati sono in diminuzione. E io che con i numeri sono come San Tommaso, se non vedo non credo, mi ero promessa di dare un'occhiata alle statistiche Inail sul tema. 

Un bel po' di cose sono cambiate dai tempi in cui scaricavo almeno una volta l'anno, per lavoro, queste statistiche. Il data base di consultazione è molto più accattivante, vedo cose che prima non avrei notato (come la parola Oracle per gli addetti Istat ai lavori), sono stati inseriti Open Data, un maggior dettaglio sulle caratteristiche dell'infortunato, dell'evento e una sezione sulla Gestione autonoma Casalinghe. I dati però non sono scaricabili in excel e la finestra di consultazione banna le icone del pc tra cui quella di excel appunto, quindi diventa molto difficile copiare e incollare i dati in pochi click. Ma poi ho trovato un barbatrucco (iconizzate la finestra e tutto diventa più semplice).

Tecnicismi a parte, i dati: è vero gli infortuni diminuiscono negli ultimi 5 anni (disponibili) per un totale di 180 mila eventi in meno denunciati nel 2015 rispetto al 2011 (-22% in termini percentuali). Molti si soffermeranno sulla parola denunciati. Sì le statistiche di questo tipo non contano il sommerso. Quindi speriamo bene. 
In riduzione anche gli eventi mortali (-128 pari al -9% tra il 2011 e il 2015), che però, si sa agli analisti piacciono i però, tra gli ultimi due anni registrano un nuovo incremento (+9%). In termini assoluti in Italia si possono contare ogni anno 711 mila denunce per infortunio sul lavoro (media 2011-2015), di cui 247 mila denunciati da lavoratrici donne e oltre 1.200 eventi mortali. Il settore da sempre più colpito è quello dell'industria in senso stretto (anche se questo dato andrebbe approfondito - mai fidarsi di affermazioni così generiche). 

Sempre nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015) sono complessivamente 4.544 gli eventi denunciati nella Gestione autonoma Casalinghe, anche questa tipologia di infortuni è in forte diminuzione (-45% - affermazione di cui ci si può fidare perché ho messo il dato - dato che è presente anche per il termine di paragone ossia gli infortuni totali -22%). Degli eventi denunciati in questa sezione 48 sono mortali e 97 a danno di casalinghe maschi, per parità di genere (al contrario) nel vocabolario. 

E quindi niente, ho fatto pure il post di maggio, con animo spocchioso e un po' da maestrina. Lo so. Ma che ci volete fare?

Per ogni approfondimento cliccate qui. In quanti cliccheranno? Non lo e non lo voglio saper.

Dimenticavo la cosa più importante: il necessario e forse scontato collegamento con l'immagine. Qualche dato europeo insomma. Mentre scrivo sono in attesa che si apra con fiducia la pagina dell'Inail dedicata alle statistiche europee. Ma forse dipende dalla rete di un altro istituto... 
Eccola. Ah, in questo caso il dato è scaricabile direttamente in excel (tie' me sta bene). Si parla però di infortuni sul lavoro e non di eventi denunciati. Scarico le tavole...
Eccole. Nel 2014 (ultimo anno disponibile a livello europeo) l'Italia, con 16 infortuni ogni 1.000 occupati si inserisce all'undicesimo posto tra i Paesi dell'Unione Europea a 28 quindi non è tra i più colpiti (era all'undicesimo posto anche nel 2008). Prima del nostro Paese troviamo (dal primo al decimo posto): Portogallo, Francia, Spagna, Lussemburgo, Germania, Danimarca, Malta, Austria, Belgio e Slovenia. Nel complesso dei 28 Paesi membri (dici quali sono?) si registrano 3.176.640 infortuni sul lavoro, di cui 3.739 casi mortali (l'Italia anche per i casi mortali non si inserisce tra i paesi più colpiti). 

E il Regno Unito? Nella statistica del 2014 è ovviamente un Paese membro, contribuendo con i suoi 244.709 infortuni e 239 eventi mortali a questo triste totale. E forse in questo caso la sua assenza non si sentirà molto. Sempre in termini di numeri infatti il Regno Unito si distingue per il paese con meno morti sul lavoro: nemmeno un evento ogni 100 mila occupati rispetto all'1,3 dell'Europa a 28. E di quella a 27? Ma stiamo attenti, o meglio sto attenta, perché l'uscita del Regno Unito sembra l'uscita dall'area Schengen. Quindi non sarà cancellata dalle statistiche UE...? 

Quanta inconsapevolezza dentro di me.


mercoledì 5 aprile 2017

Disegnare su Power Point

Titolo poetizzato: Pregiudizi di primavera

Tra tecnicismi e poesia, il post di aprile parte da: devo fare una vignetta. Riciclo un disegno che avevo già pronto e lo dedico ai pregiudizi. Vista la stagione, ai pregiudizi di primavera. Vera, come il nome della protagonista della vignetta.

Sul messaggio del disegno aggiungo poco, sperando arrivi a chi vorrà vederlo e capirlo. 

La novità è che ho provato ad utilizzare, come chiaramente visibile, la penna per disegnare sul tablet. Una penna molto elegante che intorno alla punta ha un aggeggio di gomma che la rende sensibile al touch, o meglio rende sensibile il touch del tablet alla penna (costa pochissimo 7 euro su amazon). Per utilizzarla sono andata, casualmente, sull'icona di power point Disegno, che non avevo mai notato, presente soltanto sul tablet. Fino a qui tutto molto bello. Ma, come noterete subito dalle vignette, è difficilissimo creare una scrittura che non assomigli a quella di un bambino di 3 anni. E mi sono limitata soltanto ad aggiungere parole ai miei disegni. Figuriamoci a disegnare direttamente con il touch che esce fuori. 

Forse ci vuole un corso ad hoc, forse è la penna che costa soltanto 7 euro, forse ero in una posizione scomoda, o forse bisogna ricominciare da capo? Abbandonare l'idea del proprio tratto, della propria calligrafia cartacea ed esercitarsi come se fossimo nuovamente in prima elementare.

Provare per credere.



mercoledì 22 marzo 2017

Il vocabolario non italiano e un uomo speciale

E' da un po' di tempo che non mi capita di sentire parlare di: "quanto i vocaboli inglesi hanno invaso la nostra lingua". Allora mi chiedo se ci si sorprende ancora di fronte a termini anglofoni inseriti in discorsi quotidiani. Ci siamo abituati? E forse ci sentiamo anche un po' in difetto se non ne sappiamo il significato? 

Non parlo ovviamente di termini tecnici e tecnologici, come mouse, tablet, i-pad, i-phone, internet, taggare, ci metto pure browser va... termini insomma la cui conoscenza, secondo me, dipende anche dal livello di competenze informatiche. Parlo piuttosto di vocaboli utilizzati in ambito giornalistico e forse per questo ripresi in contesti più informali per sostituire, sintetizzare o descrivere meglio il concetto italiano (e non solo) a cui si riferiscono. 
Qualche esempio tra i primi che mi vengono in mente: core, friendly, smart, fashion e i suoi composti (fashion victim, fashion addicted...), family day, call, workshop, abstract, light. Questi ultimi li ho letti qui. E devo dire che mi ha sorpreso il fatto che non mi siano venuti in mente. Probabilmente sono diventati, per me, alla stregua dei termini italiani.

Bene, come mio solito, vi do un po' di numeri. E su questo devo dire che molti prima di me, e con maggiore scientificità e competenza, ci avevano pensato. Il sito web della Treccani ad esempio è illuminante in tal senso. E per chi non lo sapesse i termini inglesi, o anglicismi,  sono inseriti nei neologismi. Neologismo... quanto mi piace questo termine, uno di quelli imparati a scuola che non ho più dimenticato. Ci sarà un motivo? Bah. 


Illustratore Hugo Yoshikawa - Scoperto su Pinterest @saradrake

Detto questo... sì lo faccio. Vi lascio con dei numeri tutti miei: Numero di parole non italiane inserite in L'Economia. Nuovo inserto del Corriere della Sera. Primo numero. Per intenderci quello con la foto in prima pagina di Ornella Barra. Dici chi è? Una donna importante. Perché sotto il suo nome c'è scritto Walgreens Boots Alliance. No, non mi dice ancora niente la Signora Barra, ma io non sono un'economista. Sempre in prima pagina però è specificato, anche se in modo non intuitivo, che ha creato la rete mondiale delle farmacie. Quello che vi volevo far notare è che la sua foto sembra un selfie scattato con l'impostazione bellezza viso che, non si sa per quale motivo, ha la funzione di ingigantire in modo esagerato gli occhi. Vabbè ho fatto le pulci a L'Economia ma soltanto perché, lo ammetto, spero di essere letta. 

Detto questo e due... i numeri. Sono circa 50 le parole non italiane, semplici o composte, utilizzate in titoli, occhielli, sommari e catenacci nelle 63 pagine del primo numero di L'Economia. Per precisione, e sperando di non essermi persa molto (considerando il mio avvicinamento alla presbiopia), ho contato più volte quelle che si ripetevano (come manager, partner, export, ecc.) e quelle che inizialmente ho definito tecnologiche, notando un ovvio picco nella sezione Innovazione - Media & Hi-tech. A prevalere sono gli anglicismi. Chissà forse se avessi letto di moda sarebbero prevalsi i francesismi? 

Cinquanta comunque non mi sembrano tante. Pensavo che, in quanto inserto economico, avrei trovato molte più parole non italiane. Sarebbe necessario un confronto, ad esempio con Affari & Finanza, azzarderei storico inserto economico di La Repubblica, che esce il lunedì e anche per questo competitor di L'Economia. Mamma mia mi sembro un'analista di TvTalk (con affetto di telespettatrice).

Ma attenzione, cosa più importante di tutte: ho appena scritto di getto un termine inglese. E ne ho pensato pure un altro: benchmark.

Ecco, sento di avere fatto il mio dovere mensile anche se mi manca la vignetta. La farò nel prossimo post? So che a molti di voi, se non a tutti, cambia poco. 

Torno seria. La cosa veramente più importante di tutte è che sento di avere legato il tema a un vecchio articolo in cui citavo un grande piccolo uomo di altri tempi. Che ho avuto la fortuna di assistere insegnare e che ci ha salutato poco tempo fa. E lui con il vocabolario aveva molto a che fare.

domenica 12 febbraio 2017

Blogger di che?

Grazie alla collega S.L. riapro e riscrivo sul blog. S.L. negli ultimi giorni infatti mi ha sollecitato parecchie domande sulla mia attività di blogger. Perché lo fai. Da quanto tempo. Come hai iniziato. Insomma ho rimesso in discussione la mia identità di blogger, direi datata. Mi sono ricordata infatti che è dal 2008 che ti curo caro blog. 

Banale dire che in questi anni la rete è cambiata e anche io. 
In che modo è cambiata? La rete intendo. 

Ultimamente ho una percezione un po' negativa del web che stiamo creando e di quello che stiamo diventando attraverso il web. L'accesso quotidiano e compulsivo ai social media ci ruba e ci fa sottovalutare l'importanza della nostra identità reale rispetto a quella virtuale? Ci disabitua a considerare la presenza delle persone che abbiamo realmente accanto e non sullo smartphone? Eppure un anno fa mi volevo convincere che non fosse così. Due episodi hanno rafforzato la mia nuova percezione. Ad alcuni amici li ho già raccontati e mi scuso per la ripetizione. Ma lo voglio tracciare su di te, caro blog.    

Episodio 1 - Nello spogliatoio della palestra, una giovane ragazza cerca di selfizzare il suo outfit ginnico ignorando le altre donne mezze nude che, forse, non volevano farle da sfondo.
Episodio 2 - Sull'androne del palazzo del mio medico di base un giovane inquilino è concentratissimo a catturare con il suo smartphone lo scorcio di un bel cielo serale. Io aspetto il suo scatto che mi impedisce di citofonare. Al mio "posso?", mi fa segno di fare quello che devo fare, mentre continua a scattare.    

Forse in quest'ultimo episodio è il mio pregiudizio nei confronti del web di oggi che mi impedisce di guardare quello che una volta avrei definito, romanticamente, un cacciatore di scorci lunari.

@pinterest http://pin.it/1TzBnLD
Chiudo questo post sull'identità digitale con una nuova consapevolezza, affermatasi sempre grazie a S.L. Ormai i blogger, quelli che aspirano ad avere una chiara identità in rete, si definisco già dai primi post. Fashion Blogger, Travel Blogger, Food Blogger, Beauty Blogger, ecc. Sono blogger che delle proprie pagine hanno fatto una professione, in alcuni casi con grande successo di pubblico e quindi anche economico.  Tanto da essere proclamati blogger of the year. Sono passati i tempi in cui era il blog di Grillo il più visitato. 

E io che blogger sono?
Intanto spero di dare presto il benvenuto a S.L. tra di noi... ma non ti voglio mettere pressione. Sono lentamenteonline. Almeno questo lo so.

lunedì 31 ottobre 2016

Studenti universitari a Cosenza dopo l'arrivo dei robot

Parco nazionale della Sila - Calabria @ansa.it
Pausa pranzo con panino al pesce spada, succo di pompelmo e un quotidiano in prestito, tutto sotto un bellissimo sole di ottobre. E succede che ci scappa un post.

Leggo l'articolo "Robot, lavoro e legalità: il miracolo giapponese che fa sperare Cosenza". Non è la prima volta che mi capita di leggere di una start up innovativa al Sud... sarà la stessa azienda? Non mi ricordo. Comunque trattasi del Centro di ricerca della NTT Data, NTT sta per Nippon Telegraph and Telephone, una compagnia telefonica giapponese, con sede a Tokyo ma operativa in tutto il mondo, con un gruppo che conta 18 imprese mondiali, il cui obiettivo è: "providing novel IT solutions to bring results in greater quality of life for people, communities and societies around the world". Ossia migliorare la vita delle persone con lo sviluppo di internet.

La NTT Data, continuo a leggere, ha tre Centri di ricerca: uno a Tokyo, uno a Paolo Alto e uno a Cosenza appunto. Aperto nel 2001. "Qui a Cosenza abbiamo 200 dipendenti con un'età media di 33 anni, e ne assumeremo altri 150 entro il prossimo anno... tutti ingegneri informatici usciti dalle università della Calabria..." - racconta il vice presidente di NTT Data Italia nell'articolo.

Vabbè come fai a non scriverci un post. Allora mi viene in mente il sito dell'Ufficio di statistica del Miur. Sono 5 anni o più che non ci vado per scaricare dati. Ma sta sempre lì. Per fortuna. Mi prendo i dati degli iscritti alle università calabresi confrontando l'anno accademico 2000/2001, prima della NTT a Cosenza, e 2014/2015, l'ultimo disponibile, per capire se qualcosa è cambiato dopo 10 anni di innovazione che produce posti di lavoro al Sud. Almeno tra i giovani residenti, i potenziali cervelli in fuga... vuoi vedere che esce qualche dato positivo? 

Mi concentro prima sul complesso degli iscritti alle università italiane di origine calabrese: purtroppo tra l'anno accademico 2014/2015 e 2000/2001 registrano un calo, passando da 83 mila a 77 mila (-7,5%). E la diminuzione è superiore al dato italiano (-2,1%). Sono in aumento però gli iscritti alle università calabresi che passano da 42 mila a 47 mila, tra queste quella con sede a Rende, Cosenza, con 28 mila iscritti, è la più grande. E soprattutto il numero di studenti calabresi che sceglie un'università calabrese (pari a 44 mila iscritti nell'a.a. 2014/2015) non è più inferiore al numero di coetanei che preferiscono studiare in un'altra regione (32 mila). Agli inizi del 2000 invece il rapporto era esattamente l'inverso: 40 mila iscritti calabresi in Calabria rispetto ai 43 mila calabresi fuori sede. 

Concentrandoci sugli aspiranti ingegneri calabresi, però, la permanenza nella propria regione di origine, almeno per il periodo di studi, è un dato consolidato: nell'anno accademico 2014/2015, così come avveniva già 15 anni prima circa, ogni 10 iscritti ad ingegneria, 7 hanno scelto una università calabrese. Il dato di "chi resta" però è leggermente in calo (da 7.360 a 7.139) rispetto a chi sceglie una facoltà ingegneristica fuori regione (da 2.742 a 3.140). Forse dovrei andare a vedere ingegneria informatica... resta il fatto che i dati mi sembrano comunque positivi. 

Più robot nella propria terra di origine per tutti, o meglio per chi vuole e spera di restare.

lunedì 18 luglio 2016

Infografica per Signore

Alla ricerca di dati demografici trovo una bellissima infografica dell'Istat sui matrimoni celibrati in Italia nel 2014 che non posso non condividere e dedicare a tutti gli scoraggiati dell'amore. 

Resto sempre più colpita e sorpresa da quante persone, soprattutto donne, abbiano perso le speranze. Resterò sola per tutta la vita. Cosa ho che non va. Sensi di colpa. Distorsioni allo specchio. Tristezza. Incazzature dietro l'angolo. Tutti, ma soprattutto tutte, sotto il bollino "fuori target", "fuori tempo", "in ritardo" perché all'età di 30-40 anni, non essendo sposati, o come direbbe la statistica coniugati, si auto-inseriscono al di fuori di quel progetto universale che vede nell'ufficializzazione di un sentimento il grande punto d'arrivo.

Voglio la favola. Così diceva, mi ricordavano oggi, Pretty woman al suo principe azzurro metropolitano. Sarà questo il vero problema?

Allora come non sorprendersi di fronte a questa infografica che vede traiettorie di unioni, civili o religiose, da ogni età verso ogni età. Ripetersi ogni anno senza sosta alcuna. E' vero i matrimoni sono in calo ma qualcuno si sposa sempre. Anche dopo i 60 anni. Nell'infografica manca l'unione tra innamorati dello stesso sesso ma sappiamo che oggi è possibile anche quello.

Forza Signori e Signore, ops scusate... Signorine e Signorini, cercate la vostra età e tornate a vivervi la vita di tutti i giorni, che per un matrimonio c'è sempre tempo.


http://www.istat.it/infografiche/matrimoni/



martedì 31 maggio 2016

Sociologo non votante che va a votare

Lo ammetto, il post è frutto di un unico obiettivo: dare almeno una vignetta all'anno al mio blog. E quale altra occasione se non quella delle prossime elezioni amministrative? Mi ricordo l'ultima vignetta politica fatta, quando l'allora Partito Democratico della Sinistra (PDS) trasformandosi in Democratici di Sinistra (DS) perdeva la falce e il martello dal simbolo. Avevo 20 anni (e ora solo chi mi conosce bene può farsi due conti). In questi anni sono cambiate ancora tante altre cose e io di vignette politiche forse non ne ho più disegnate, preferendo altri temi, come le nuove tecnologie o le statistiche.

Oggi ci riprovo, parto dalla professione del ricercatore sociale per arrivare alla politica e, visto che lo smartphone non può essere portato in cabina elettorale, tralascio per la prima volta le nuove tecnologie. Ma basta a descrivere il perché e il per come, mi sento il tono di scrittura un po' pesante. Ripensiamo al titolo. Ah sì. 

Il problema di questi giorni è stato vedere la prima puntata di House of cards. No dico, già stavo inguaiata a livello di appartenenza politica, ci mancava solo iniziare a vedere la serie dell'arrivismo e delle congetture a 7 giorni dalle elezioni. E quindi niente, voglia di barrare un simbolo alle prossime elezioni: non pervenuta. 

Il fatto è che ormai il voto è sempre più e soltanto un voto contro. Contro Berlusconi, contro Forza Italia (manco so come si chiamano oggi), contro la Lega, contro la destra, e non posso lasciare che il mio voto diventi anche contro la sinistra. Ma non è proprio nella mia natura non andare a votare. Allora stamattina pensavo... forse dovrei lasciare scheda bianca... ma ripenso ai racconti di mio padre scrutatore e non ci penso nemmeno lontanamente. Ah la potrei annullare. Ma come? Una sbarra? Un "magnateve pure questa"? 

Una croce, Dani, che ci vuole? 

Potrei anche studiarmi attentamente i curricula dei candidati di sinistra e votare scrivendo soltanto nomi. Senza barrare simboli. Ma che cambia? 

Basta! Il voto è segreto! Certo un'analisi testuale delle scritte fatte sulle schede annullate la proporrei al ministero. Magari potrebbe essere un modo per capire questo sentimento naturale, del non votante che va a votare.



*Per i non addetti ai lavori: colui che, realizzando questionari per lavoro, è abituato a prevedere tutte le modalità di risposta

Il post è dedicato al pane bruscato della famiglia Pandolfo